Scoperte nel deserto rivelano una possibile forma di vita sconosciuta che scolpisce la pietra
Nel cuore arido della Namibia, affioramenti di marmo mostrano un reticolo di minuscoli tunnel scavati nella roccia. Questi fori, invisibili a occhio nudo se non da vicino, potrebbero non essere frutto del tempo o della geologia. A distanza di 15 anni dalla loro prima osservazione, un nuovo studio getta luce su un’ipotesi affascinante: a creare quelle micro-gallerie sarebbe stata una forma di vita sconosciuta, un microrganismo diverso da qualsiasi altro batterio, fungo o lichene noto sulla Terra.
Tracce biologiche incise nel marmo
I fori sottili e profondi, riempiti da una polvere bianca di puro carbonato di calcio, non trovano spiegazione nei meccanismi chimici o fisici finora conosciuti. Nessun processo naturale noto è in grado di creare un simile pattern nella roccia. Gli scienziati ipotizzano che si tratti dell’opera di organismi endolitici, capaci di vivere all’interno delle rocce estraendo nutrienti dai minerali. La loro firma, oggi visibile solo grazie all’erosione superficiale, potrebbe raccontare una storia biologica vecchia di oltre un milione di anni.
Vita nascosta sotto gli oceani
In passato, quei blocchi di marmo e calcare oggi esposti al sole cocente del deserto erano probabilmente sommersi sotto il fondo oceanico, schermati dalla luce e coperti dalla cosiddetta “neve marina“: materiale organico che cadeva dal mare sovrastante. Questo ambiente ricco di biomassa avrebbe potuto nutrire forme di vita capaci di sopravvivere in condizioni estreme, sfruttando ogni molecola disponibile.
Quando l’attività tettonica spinse le rocce verso l’alto, portandole in superficie, calore e pressione alterarono la materia organica, scomponendola in molecole più semplici. Ed è qui che entrano in gioco i misteriosi microbi: secondo i ricercatori, si sarebbero insinuati nella roccia attraverso microfessure, forse trasportati da flussi d’acqua durante un’epoca più umida.
Un processo sistematico e intelligente
La struttura delle gallerie suggerisce uno schema intelligente e non casuale. I tunnel si dispongono in linee parallele, sempre nella stessa direzione, come se seguissero un percorso prestabilito alla ricerca di nutrimento. A differenza del micelio di certi funghi, che si intreccia, questi condotti non si interconnettono. Ogni galleria è più larga di una singola cellula, segno che gli organismi si moltiplicavano mentre scavavano, probabilmente secreting acidi per sciogliere la roccia e nutrirsi degli idrocarburi intrappolati nel carbonato.
Secondo i ricercatori, questo comportamento mostra una capacità adattiva sorprendente, tipica di microrganismi profondamente integrati nel ciclo geochimico del nostro pianeta. E proprio questo potrebbe essere il punto più interessante dell’intera scoperta.
Un potenziale ruolo nel ciclo del carbonio
Se questi organismi “mangiatori di pietra” sono stati realmente attivi su larga scala, potrebbero aver contribuito in modo significativo al ciclo globale del carbonio. Liberando carbonio intrappolato nella roccia, avrebbero agito come bioerosori naturali, influenzando lentamente l’ambiente terrestre in modi finora non considerati.
Oggi, quegli stessi tunnel sono stati ritrovati anche in Oman e Arabia Saudita, il che fa pensare a una distribuzione più ampia di questo fenomeno. Non è escluso che questi microbi siano ancora attivi, nascosti nelle profondità della crosta terrestre.
Una chiamata alla ricerca globale
Il team di geologi invita ora la comunità scientifica a cercare strutture simili in altre aree del mondo, per capire se ci troviamo di fronte a un fenomeno localizzato o globale. La speranza è che nuove indagini possano identificare l’organismo responsabile, magari attraverso il DNA fossile o nuove tecniche di rilevamento.
In un’epoca in cui la scienza cerca segnali di vita su Marte e nelle lune ghiacciate di Giove, questo studio ci ricorda che il nostro stesso pianeta nasconde ancora forme di vita misteriose e potenzialmente rivoluzionarie per la nostra comprensione della biogeochimica terrestre.