Un nuovo sguardo sui meccanismi condivisi tra disturbo da deficit di attenzione e neurodegenerazione
Un’indagine neuroscientifica internazionale ha messo in luce un legame biologico sorprendente tra ADHD negli adulti e rischio di demenza in età avanzata. Il protagonista? Il ferro accumulato nel cervello. Questa sostanza, fondamentale per molte funzioni neurali, può però diventare un nemico silenzioso quando si accumula in eccesso in alcune aree cerebrali, favorendo stress ossidativo e danni neuronali.
Ferro cerebrale: un accumulo che accompagna l’invecchiamento
È noto che con il tempo il cervello tende ad accumulare ferro, sia nella neocorteccia — la parte più esterna e recente dell’encefalo — che nelle aree sottocorticali come ippocampo, cervelletto, amigdala e gangli della base. Queste regioni sono cruciali per memoria, emozioni e controllo motorio.
Studi precedenti hanno già evidenziato livelli anomali di ferro in cervelli affetti da Alzheimer, Parkinson e Huntington, ma adesso uno studio pionieristico ha rivelato una distribuzione simile nei cervelli di persone con ADHD. Questo potrebbe essere il ponte mancante per comprendere perché chi convive con l’ADHD da adulto presenti una maggiore vulnerabilità alle demenze.
Il ruolo della corteccia precentrale e dei biomarcatori neuronali
Utilizzando scansioni MRI avanzate, i ricercatori hanno esaminato la distribuzione del ferro nei cervelli di 32 adulti con ADHD rispetto a un gruppo di controllo. Il risultato? Una mappa del ferro radicalmente diversa, con concentrazioni elevate soprattutto nella corteccia precentrale, un’area coinvolta nella pianificazione e nell’esecuzione dei movimenti.
A confermare il legame tra ferro e danno neuronale è intervenuto un altro indizio: la proteina NfL (neurofilamento a catena leggera). Questa sostanza entra in circolo nel sangue quando gli assoni neuronali — i fili che trasportano i segnali nel cervello — subiscono danni o degenerano. I soggetti ADHD con più ferro nella corteccia mostravano anche livelli aumentati di NfL nel sangue, suggerendo un possibile processo neurodegenerativo in atto.
Farmaci e ferro: una relazione ancora ambigua
Un aspetto controverso dello studio riguarda il ruolo dei farmaci psicostimolanti — come il metilfenidato e la dextroamfetamina — comunemente utilizzati nel trattamento dell’ADHD. Dei 32 partecipanti con ADHD, 19 facevano uso regolare di questi farmaci. Alcuni scienziati ipotizzano che l’esposizione cronica a sostanze stimolanti possa alterare i livelli di ferro nel cervello, simile a quanto accade con droghe ricreative come MDMA o cocaina.
Tuttavia, altre ricerche suggeriscono l’opposto: che questi farmaci possano normalizzare l’omeostasi del ferro cerebrale nei pazienti con ADHD. Lo studio attuale non è abbastanza ampio né progettato per dirimere la questione. Serve cautela, e soprattutto, servono studi longitudinali che seguano i pazienti per decenni per determinare con chiarezza causa, effetto e correlazioni.
La speranza di strategie preventive personalizzate
Nonostante le dimensioni ridotte dello studio, i risultati aprono un’interessante possibilità: se l’accumulo di ferro contribuisce alla neurodegenerazione nei pazienti ADHD, allora potrebbe diventare un bersaglio terapeutico. Attraverso modifiche nello stile di vita, trattamenti farmacologici o altre strategie, sarebbe teoricamente possibile ridurre il rischio di demenza in queste persone.
Del resto, è già noto che dieta, attività fisica, sonno e livelli di stress possono influenzare il metabolismo del ferro nel cervello. Interventi mirati in età adulta o mezza età potrebbero dunque avere effetti protettivi a lungo termine.