Nel surreale universo narrativo di Michel Nieva, l’umanità lascia spazio a creature mostruose e umanoidi, simboli di un futuro contaminato e spietato. In “Dengue Boy”, al centro della vicenda si staglia una zanzara mutante, un ibrido repellente e cosciente, che osserva con rancore e lucidità i residui di un pianeta devastato. L’autore argentino, intervistato questa settimana dalla redattrice culturale Alison Flood per il New Scientist Book Club, ha rivelato l’origine e l’evoluzione di una scelta narrativa tanto audace quanto inquietante.
La prospettiva di una zanzara cosciente non nasce da un capriccio stilistico, ma da un’urgenza politica e letteraria. Nieva si interroga sul modo in cui la fantascienza sudamericana possa e debba distaccarsi dai canoni occidentali, incarnando piuttosto le tensioni, le ossessioni e le distorsioni di un Sud del mondo troppo spesso ridotto a sfondo esotico. In “Dengue Boy”, la metamorfosi è metafora: la mutazione dell’eroe riflette l’alterazione irreversibile del clima, dell’ecosistema e delle relazioni sociali.
Il mondo che Nieva immagina è terminale, ma non immobile. La zanzara protagonista, emarginata e grottesca, è il prodotto diretto di un capitalismo che persiste anche dopo il collasso, capace di riemergere tra le rovine sotto nuove, ancor più perverse, forme. L’autore sottolinea come, nel suo universo narrativo, nemmeno la fine del mondo riesce a spegnere il desiderio di profitto: un’idea disturbante, che trasforma il romanzo in un atto di accusa contro l’antropocentrismo e l’avidità sistemica.
Durante l’incontro con il New Scientist Book Club, Nieva ha anche condiviso la complessità di scrivere dal punto di vista di un insetto. Entrare nella coscienza di una creatura spietata, aliena e tuttavia dotata di memoria e intenzione, ha richiesto uno sforzo immaginativo radicale. Non si tratta di imitare il comportamento animale, ma di creare una forma di empatia distorta, capace di ribaltare le gerarchie del vivente.
Il risultato è un’opera cruda, visionaria e politicamente carica, che pone il lettore davanti a una domanda ineludibile: e se i mostri fossimo stati noi fin dall’inizio?