Un’incredibile scoperta archeologica sta riscrivendo la storia dell’evoluzione umana. Un team di ricercatori ha confermato che gruppi di Homo sapiens vivevano nelle foreste pluviali dell’Africa occidentale già 150.000 anni fa, un’epoca in cui si riteneva che la nostra specie abitasse prevalentemente nelle savana africane. Questo risultato, pubblicato su Nature, sposta indietro di almeno dieci volte la datazione delle prime presenze umane nelle foreste tropicali africane e di oltre il doppio rispetto agli insediamenti più antichi individuati nelle foreste del Sud-est asiatico.
Una scoperta ignorata per oltre 30 anni
Negli anni ‘80, un gruppo di archeologi sovietici e africani aveva già individuato prove della presenza umana in un sito della foresta pluviale africana, ma la scoperta passò inosservata per tre motivi principali. Primo, i risultati vennero pubblicati in lingua russa, rendendoli poco accessibili alla comunità scientifica internazionale. Secondo, all’epoca, l’Africa occidentale non era considerata una regione chiave per l’evoluzione umana. Terzo, il team non disponeva di strumenti avanzati per datare con precisione i ritrovamenti, rendendo le prove difficili da contestualizzare.
Oltre trent’anni dopo, un nuovo gruppo di ricercatori, guidato da uno dei membri del team originale, ha deciso di tornare sul sito per approfondire gli studi. I risultati ottenuti hanno confermato in modo definitivo che gli esseri umani abitavano quell’area della foresta tropicale già 150.000 anni fa, cambiando radicalmente la comprensione delle capacità di adattamento della nostra specie.
L’evoluzione umana non è solo un “processo della savana”
Questa scoperta supporta una teoria rivoluzionaria: l’Homo sapiens non si è evoluto in un unico tipo di ambiente, ma si è adattato a molteplici habitat sin dalle sue origini. Eleanor Scerri, professoressa presso il Max Planck Institute of Geoanthropology e autrice dello studio, sottolinea che la nostra specie ha sempre avuto un’elevata flessibilità ecologica, abitano non solo nelle savane, ma anche in ambienti estremi come le foreste tropicali.
La ricerca si è concentrata su Anyama, una località della Costa d’Avorio, scelta per due motivi chiave. Primo, i dati climatici dimostrano che quest’area è stata una foresta pluviale ininterrottamente per almeno 150.000 anni. Secondo, le precedenti escavazioni avevano già evidenziato una stratificazione profonda, testimoniando una lunga occupazione umana nel tempo. Un contributo fondamentale è arrivato da François Yodé Guédé, archeologo dell’Africa occidentale e membro del primo team di scavi, che ha aiutato il gruppo a individuare nuovamente il sito.
L’urgenza della pandemia e la distruzione del sito
Una volta giunti ad Anyama, i ricercatori hanno individuato strumenti in pietra e resti vegetali in diversi strati di terreno, confermando la presenza di antiche comunità umane. Tuttavia, la loro ricerca si è trasformata in una corsa contro il tempo. Durante gli scavi, la pandemia di COVID-19 ha costretto il team a un’evacuazione improvvisa. In meno di una settimana, gli studiosi hanno raccolto il maggior numero possibile di campioni prima di lasciare il paese.
“Erano sull’ultimo volo da Abidjan prima della chiusura dell’aeroporto,” racconta Scerri. Dopo la loro partenza, il sito è stato completamente distrutto, rendendo i reperti raccolti l’unica testimonianza rimasta di questa scoperta eccezionale.
Questa ricerca rivoluziona la nostra conoscenza sull’adattabilità degli esseri umani primitivi, dimostrando che già 150.000 anni fa, la nostra specie era in grado di abitare con successo anche ambienti estremamente difficili come le foreste pluviali tropicali.