Un team di ricercatori propone di intrecciare cervelli umani con computer quantistici per indagare le radici della coscienza. Questa ipotesi, che combina neuroscienze e fisica quantistica, mira a esplorare se la coscienza umana possa derivare dall’entanglement quantistico.
Le teorie principali sulla coscienza
La coscienza, benché sia una parte essenziale dell’esperienza umana, rimane avvolta nel mistero. Gli scienziati hanno teorizzato diverse spiegazioni, tra cui la teoria dell’informazione integrata, che suggerisce che la coscienza emerga dall’integrazione delle informazioni all’interno del cervello, e la teoria del workspace globale, che ipotizza che essa sia il risultato della condivisione delle informazioni tra le diverse aree cerebrali.
Accanto a queste teorie consolidate, esistono idee meno convenzionali, come quella avanzata nel 1989 dal matematico e fisico britannico Roger Penrose, vincitore del Premio Nobel. Penrose ha proposto che la coscienza possa dipendere dall’entanglement quantistico. Sebbene inizialmente questa ipotesi sia stata accolta con scetticismo, negli ultimi anni ha conosciuto una certa rinascita, grazie a nuove ricerche.
I microtubuli: il possibile “luogo” della coscienza quantistica
Un punto critico dell’idea di Penrose riguarda la fragilità dell’entanglement quantistico, che tende a rompersi facilmente a temperature relativamente alte. Tuttavia, recenti studi suggeriscono che i microtubuli presenti nei neuroni potrebbero fornire un ambiente stabile per il mantenimento dell’entanglement quantistico. Ad esempio, un esperimento ha rilevato che ratti trattati con farmaci che influenzano i microtubuli richiedevano più tempo per essere anestetizzati, suggerendo un possibile ruolo di queste strutture nella coscienza.
Il protocollo per “espandere” la coscienza
Un gruppo di ricerca guidato da Hartmut Neven, direttore del laboratorio di Quantum AI di Google, propone un approccio radicale per verificare se la coscienza abbia una base quantistica. Secondo questa idea, sarebbe possibile espandere la coscienza umana stabilendo un collegamento tra il cervello e un computer quantistico. L’obiettivo sarebbe osservare se questa connessione possa generare esperienze coscienti più ricche, analizzando eventuali cambiamenti nei processi cognitivi.
Il protocollo prevede l’accoppiamento del cervello umano con i qubit, le unità fondamentali dell’informazione nei computer quantistici. I ricercatori ipotizzano che, combinando gli stati quantistici del cervello con quelli di un computer, si crei una funzione d’onda comune che rappresenti un’esperienza cosciente più complessa.
Neven spiega che, se si riuscisse a collegare il cervello con un computer quantistico, si potrebbe creare una sovrapposizione quantistica espansa, coinvolgendo un numero maggiore di qubit. Quando questa sovrapposizione collassa, il soggetto sperimenterebbe una coscienza più “ampia”, necessitando di più informazioni per descriverla rispetto a una normale esperienza quotidiana.
Sfide tecniche ed etiche
Nonostante l’interesse per questa ricerca, realizzare un collegamento diretto tra cervello umano e computer quantistici rappresenta una sfida enorme. La procedura sarebbe estremamente invasiva, richiedendo tecnologie avanzate per accoppiare i processi cerebrali ai qubit. Inoltre, l’esperimento solleva importanti questioni etiche, dato che potrebbe influenzare in modo significativo l’esperienza cosciente dei partecipanti.
Altre strade per comprendere la coscienza
Sebbene l’idea di utilizzare computer quantistici sia affascinante, altre ricerche stanno esplorando approcci meno invasivi per studiare la coscienza. Ad esempio, l’effetto di gas come lo xeno sull’attività cerebrale potrebbe offrire spunti più immediati per comprendere i meccanismi che regolano la nostra consapevolezza.
Il dibattito rimane aperto, e queste indagini rappresentano solo l’inizio di un viaggio verso una comprensione più profonda della coscienza umana. La ricerca pubblicata su Entropy apre nuove possibilità, ma richiederà anni, se non decenni, per essere testata in modo completo.