Una recente scoperta potrebbe offrire agli scienziati un’indicazione più chiara su dove e come cercare tracce di vita passata su Marte. Studiando i fossili di microbi terrestri conservati nel gesso, un minerale che si forma quando l’acqua evapora, i ricercatori hanno individuato un nuovo metodo di indagine per le missioni marziane. Un esperimento condotto in Algeria, nella cava di Sidi Boutbal, ha mostrato come il gesso possa intrappolare e preservare resti biologici, offrendo così un modello per la ricerca di eventuali fossili sul Pianeta Rosso.
Antichi fiumi marziani e la scomparsa dell’acqua
Un tempo, Marte era un mondo ricco d’acqua, con fiumi, laghi e persino oceani, che si estendevano sulla sua superficie tra 4,1 e 3,7 miliardi di anni fa. Oggi, l’acqua marziana è quasi del tutto scomparsa: intrappolata nelle calotte polari, congelata sotto il suolo o dispersa nello spazio. Tuttavia, quando i corsi d’acqua evaporarono, lasciarono dietro di sé depositi minerali solfati, tra cui il gesso, che potrebbe aver conservato le tracce di antiche forme di vita.
Secondo Youcef Sellam, dottorando presso l’Università di Berna, il gesso ha un potenziale eccezionale per la fossilizzazione, poiché si forma rapidamente e intrappola i microrganismi prima della loro decomposizione, preservando le strutture biologiche e le firme chimiche della vita.
L’Algeria come laboratorio naturale per Marte
Per testare questa ipotesi, Sellam è tornato in Algeria per prelevare campioni di gesso dalla cava di Sidi Boutbal, situata in una zona un tempo sommersa dal Mar Mediterraneo. Circa 5,96 milioni di anni fa, lo Stretto di Gibilterra si chiuse a causa dei movimenti tettonici, isolando il Mediterraneo dall’Oceano Atlantico e causando la sua quasi totale evaporazione. Questo evento ha lasciato dietro di sé immensi depositi di minerali, tra cui solfati e sali, in un ambiente simile ai letti di fiumi e laghi prosciugati di Marte.
Secondo Sellam, questi depositi rappresentano un analogo terrestre ideale per i sedimenti marziani, permettendo di simulare come eventuali fossili potrebbero essersi conservati sul pianeta.
Un laser per scovare tracce di vita
Per analizzare i campioni, Sellam ha utilizzato un spettrometro di massa a ionizzazione laser, uno strumento progettato per essere abbastanza compatto da poter essere montato su una navicella spaziale. Questo dispositivo potrebbe rappresentare un modello per future missioni su Marte, permettendo di effettuare analisi dirette della superficie planetaria.
Il funzionamento del laser è semplice ma efficace: colpendo il campione, vaporizza il materiale superficiale, trasformandolo in un plasma di molecole ionizzate. Analizzando questo plasma, gli scienziati possono identificare eventuali tracce di materiale biologico fossilizzato. Nei campioni algerini, Sellam ha individuato lunghe strutture filamentose simili a fossili di batteri ossidanti dello zolfo, circondate da argille, dolomite e pirite.
La dolomite e il legame con la vita marziana
La scoperta della dolomite è particolarmente significativa. Questo minerale si dissolve in ambienti acidi, e si ritiene che le antiche acque di Marte fossero molto acide. Tuttavia, alcuni microbi unicellulari sono in grado di modificare la composizione chimica del loro ambiente, aumentando l’alcalinità e permettendo la formazione della dolomite. Se un processo simile è avvenuto su Marte, la presenza di dolomite associata al gesso potrebbe essere un indizio cruciale dell’esistenza di vita microbica passata.
La sfida di riconoscere la vita aliena
Sebbene i risultati di Sellam offrano una strategia promettente per la ricerca di fossili su Marte, resta il problema di identificare con certezza eventuali tracce di vita. Se sulla Terra possiamo confrontare i fossili trovati con quelli di organismi noti, su Marte la vita potrebbe aver seguito percorsi evolutivi completamente diversi, rendendo difficile distinguere forme di vita aliena da semplici strutture minerali.
Sellam suggerisce che la ricerca di dolomite e argilla in campioni marziani ricchi di gesso potrebbe essere un metodo efficace per individuare prove biologiche, ma riconosce che la sfida è ancora aperta. “Sebbene i nostri risultati supportino fortemente l’origine biologica dei fossili trovati nel gesso, distinguerli da formazioni minerali abiotiche resta complicato,” ha dichiarato. “Servono ulteriori studi e metodi di rilevazione indipendenti.”
Le future missioni su Marte
Il prossimo grande passo nell’esplorazione marziana sarà il lancio del rover Rosalind Franklin, sviluppato dall’Agenzia Spaziale Europea, previsto entro la fine del decennio. Questo veicolo sarà equipaggiato con spettrometri di massa avanzati, progettati per analizzare la mineralogia marziana e cercare eventuali tracce di vita microbica passata.
Nel frattempo, il rover Perseverance della NASA ha già raccolto numerosi campioni di roccia e suolo, che in futuro saranno riportati sulla Terra per un’analisi più approfondita. Se una di queste ricerche dovesse confermare la presenza di fossili microbici marziani, sarebbe una delle scoperte più rivoluzionarie della storia dell’umanità.